L'Alpe Cimbra: importante confine della Grande Guerra

Aggiornamento: 14 mar


Il 1914 è un anno noto a tutti: lo scoppio della Grande Guerra, il primo conflitto di carattere mondiale che sconvolse l’Europa e che, ancora oggi, dà un’importante lezione di vita, oltre che di storia, a tutta l’umanità. Sull’Alpe Cimbra ci furono alcune fra le battaglie più sanguinose avvenute in Trentino, allora impero austro-ungarico: perché era proprio su queste alture dove era posto il confine con il Regno d’Italia (oggi punto di contatto fra Trentino e Veneto).

Sull’altopiano di Folgaria, Lavarone e Luserna, infatti, venne eretta, agli inizi del ‘900, una poderosa cintura fortificata composta da 7 forti: il Forte Belvedere Gschwent (1177 m), il Forte Lusérn (1549 m), il Forte Busa Verle (1554 m) e il Forte Cima Vézzena (1908 m) tra l’altopiano di Vézzena e Lavarone, e il Forte Cherle (1445 m), il Forte Sommo Alto (1614 m) e il Forte Dosso del Sommo (1670 m) a Folgaria. A queste fortezze, si aggiungevano l’osservatorio sul Monte Rust e il comando austro-ungarico di Virti. Lo scopo di queste strutture belliche era quello di bloccare l’avanzata italiana verso Trento attraverso le vallate vicentine. La perdita di questo confine, per l’impero austro-ungarico sarebbe stata una grande minaccia per il centro del Trentino.


Le fortezze erette sul nostro altopiano erano l’espressione massima dell’ingegneria bellica austro-ungarica di inizio XX secolo. Le loro coperture erano fatte di calcestruzzo e rinforzate con grosse travi d’acciaio (400 mm), arrivando ad uno spessore delle mura di addirittura oltre tre metri. In ogni forte erano presenti delle cupole girevoli d’acciaio le quali erano munite da obici di piccolo calibro (100 mm). Nei casi in cui, invece, fosse necessaria una difesa maggiormente ravvicinata, erano previste postazioni blindate equipaggiate di svariate mitragliatrici. I profondi fossati, inoltre, erano strumenti di difesa passiva.


Sull’altopiano di Vézzena, sul quale furono eretti i già menzionati Forte Cima Vézzena, Forte Busa Verle e Forte Lusérn, si registrarono inizialmente delle gravi perdite a causa dei pesanti bombardamenti italiani, e le opere fortificate presenti su questo territorio furono quasi costrette alla resa. Tuttavia, il 20 agosto 1915 furono in grado di rispondere con successo all’unico tentativo di avanzata italiano — evento che prese il nome della battaglia di Bassón — che costò al Regno d’Italia la perdita di oltre mille uomini.


Anche il Forte Belvedere Gschwent (qui trovate il nostro articolo), la «sentinella della Val d’Astico», subì pesanti bombardamenti e registrò numerose perdite, conservando però il suo stato meglio delle altre opere fortificate presenti sul territorio. Fu così che, a differenza delle altre fortezze presenti sull’Alpe Cimbra, il tale forte fu dichiarato monumento nazionale per decreto regio di Vittorio Emanuele III, e fu quindi salvato dalla demolizione ordinata dal governo fascista in tempo di autarchia. Questo avvenne perché si voleva che almeno un forte dell'altopiano rimanesse per testimoniare la Grande Guerra alle generazioni future.


Oggi, il Forte Belvedere è museo della Prima guerra mondiale e vanta oltre 28.000 visitatori l’anno. Al suo interno sono presenti installazioni multimediali e sale espositive che aiutano a comprendere e quasi anche a percepire, grazie all’umidità e al freddo delle mura, le atroci esperienze di questo importantissimo conflitto storico.


A testimonianza della Grande Guerra sull’Alpe Cimbra, inoltre, vi sono anche le trincee di Nosellari, dove, ad oggi, è presente un percorso tematico che ripercorre quella che fu la prima linea austro-ungarica che si affacciava sul Regno d’Italia, oggi Val d’Astico.


Il territorio dell’Alpe Cimbra riporta molte cicatrici del primo conflitto mondiale: ferite storiche che sono territoriali, culturali, ma anche umane. E sono tutte lì pronte a raccontarci, con viva memoria, tra vasti prati, boschi e panorami, ciò che hanno vissuto, ciò che hanno visto, e ci fanno respirare la libertà che l’umanità, in un certo senso, forse un po’ paradossale, si è dovuta guadagnare.




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